
Cascine abbattute e centri storici sventrati
Ha Segrate un’identità da difendere, ha da difendere specifici caratteri di natura storico-artistico-culturale, ambientale o socio-economica tali da identificarla rispetto al contesto urbano – l’hinterland milanese – in cui è immersa? Non particolarmente: pieve fin dall’alto medioevo comprendente vasti territori limitrofi, quando è stato costituito a comune Segrate non aveva rispetto a Pioltello e Vimodrone, ad esempio, caratteristiche significativamente diverse, la sua vocazione territoriale era agricola, con medesima tipologia di colture, costellata come quasi tutta la marca del milanese da cascine isolate o aggrumate in piccoli nuclei. La stessa Segrate Centro non è propriamente un centro per dimensioni degli edifici secolari presenti, semmai un polo di cascine, una villa e altri modesti edifici a tessere un nucleo piccolo, ingrandito di fatto solo dagli anni Cinquanta-Sessanta in poi. Simile in ciò a molti altri comuni, dei quali alcuni appaiono però con centri storicamente più strutturati, più ampi, più nobili e ricchi, com’è il caso di Cernusco o Gorgonzola, per guardare tra i vicini. Dei quartieri più antichi e storicamente interessanti come Rovagnasco, pure minimi e allineati lungo piccole vie di comunicazione, non sopravvivono ora che brandelli cadenti di una storia che a tutti i costi si è riusciti a non valorizzare, a seppellire, ad abbattere per far posto a edifici freschi e redditizi. Della parte embrionale della Cascina della Commenda, sorta di castelletto dei Cavalieri di Malta (già Templari), resta un rudere fortunosamente sottratto alla distruzione da un vincolo di tutela, e il centro civico col suo nome, col giardino antistante: un luogo vivo d’incontri che è purtroppo episodio urbanistico isolato invece che consuetudine. Mentre dell’ingresso all’antico Lazzaretto, su via Monzese, è stato raso al suolo quasi tutto se non il bel portale con andito semicircolare (vicino al tabaccaio), completamente snaturato e destinato – se non al crollo – ad essere un incomprensibile rudere a gratificare i nuovi palazzotti della lottizzazione posteriore. La cascina di Tregarezzo in prossimità del palazzo della Mondadori è stata trasformata tanto da essere irriconoscibile. Che dire? Non han saputo, non han voluto vincolare e tutelare nulla le amministrazioni nostre, se non dopo lunghe generose battaglie di pochi meritevoli cittadini. Né edifici di qualche pregio (pur sempre relativo, per carità, luoghi rurali, tranche di memoria) né fasce di rispetto a proteggere i pochissimi pezzi anche artisticamente rilevanti, come la chiesa del Crocifisso a Lavanderie, coi suoi affreschi tardo medievali, ormai divenuta una sacrestia dell’Esselunga. non è rimasto neppure un fontanile, quel sistema di canali e di rogge, così interessante da tramandare come quintessenza d’una cultura del territorio dei nostri predecessori, fin dal medioevo, come memoria, come luogo di riflessione e di confronto con l’avvicendarsi rapido e immemore dell’oggi. Ma questa memoria non è vissuta dai nostri governanti locali, sia le Giunte odierne che quelle precedenti, una qualità e un bene da preservare, parte di un tessuto armonico, luogo di vita e di esperienza di una storia “minore”, tutt’altro: è oggetto di fastidio, di cui disfarsi perché impedisce il “libero sviluppo” (= speculativo) del suolo. Ha Segrate un’identità da difendere? Forse l’aveva, come uno dei molti esempi intorno alla grande città di una civiltà contadina passata, che ha per secoli saputo prendersi cura di una terra fertile oggi sede di progetti per lo più deteriori, sia sotto il profilo civile che urbanistico, atti a ospitare vite a solo vantaggio della quantità, non della qualità.




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